Sudan, il patrimonio archeologico 3 anni dopo lo scoppio della guerra

Sudan

Il 15 aprile 2023 scoppiava la guerra in Sudan. Oggi, tre anni dopo, Khartoum sta lentamente guarendo e il Paese si prepara ad affrontare la lunga stagione della ricostruzione, a partire dal suo museo nazionale.

Il Sudan National Museum, cuore dell’identità di una nazione, era stato depredato all’indomani della presa della capitale da parte delle truppe paramilitari dell’RSF. Dopo due anni di instabilità, a marzo 2025, l’esercito regolare ne aveva riguadagnato il controllo, rivelando una tragica situazione di scempi e abbandoni.

Già le prime ispezioni del National Corporation for Antiquities and Museums (NCAM) avevano confermato che i magazzini erano stati completamente razziati. L’UNESCO aveva addirittura lanciato l’allarme sull’alto rischio rappresentato dal traffico illecito dei reperti delle collezioni sudanesi, che cominciavano a fare la loro comparsa sul mercato nero.

Con sollecitudine, a inizio 2026 si sono intrapresi i primi lavori di restauro degli spazi del museo, mettendo in sicurezza la statuaria superstite e liberando dalle macerie giardini e interni. Il 13 gennaio 2026, a Port Sudan si è tenuta una significativa cerimonia ufficiale, durante la quale il Governo ha orgogliosamente esposto il lavoro di recupero di ben 570 reperti del patrimonio conservato al Sudan National Museum (foto in alto).

Sebbene alcuni reperti siano stati ritrovati, una recente dichiarazione di Ghalia Jar Al-Nabi, direttrice dell’Autorità Generale per le Antichità e i Musei, ha fatto vacillare la comunità internazionale: si stima che più del 60% della collezione del Sudan National Museum sia stato trafugato.

Proprio nel giorno in cui il Sudan è entrato nel quarto anno di guerra, l’UNESCO ha reso nota una nuova stima. L’organizzazione ha riportato il danneggiamento di oltre 100 siti culturali e il saccheggio di almeno 22 musei. Secondo questo stesso rapporto, l’ammanco finanziario per risollevare il settore culturale ammonterebbe a 30 milioni di dollari. Ma ci sono anche buone notizie: grazie al lavoro alacre di un team internazionale, è stato possibile completare la documentazione di più di 1700 reperti e mettere in sicurezza ben 11 siti minacciati dalla guerra.

Parallelamente, 400 professionisti del settore dei beni culturali e delle forze dell’ordine sono stati formati sulla salvaguardia del patrimonio, sulla valutazione dei rischi e sulla gestione delle collezioni archeologiche in situazioni di emergenza. Merito va anche alla Section Française de la Direction des Antiquités du Soudan (SFDAS), che insieme all’NCAM ha raccolto in un museo virtuale le antichità sudanesi, rendendo accessibile un patrimonio oscurato dal conflitto in corso.

Nel frattempo, i lavori al museo continuano. Al momento sono state quasi completate le riparazioni delle mura perimetrali e si prevede di ripristinare l’allacciamento di acqua ed elettricità nelle prossime settimane.

Significativamente, il 14 aprile 2026 il Primo Ministro sudanese, Kamil Idris, si è recato in visita ai luoghi chiave della cultura del Paese, potendo constatare l’entità del danno arrecato alle istituzioni dalla scelleratezza delle RSF. Nelle sue parole, il fermo impegno di restaurare quanto prima il museo, gli archivi e la biblioteca nazionale, per sostenere gli avanzamenti della documentazione e della ricerca in un momento così urgente. Solo così il patrimonio sudanese potrà essere protetto, e, con esso, l’identità di una nazione.