Nel Delta nord-orientale, presso il sito di Tell Nabasha, conosciuto anche come Tell el-Faraun (da non confondere con Tell el-Farain/Buto nel Delta settentrionale), la missione egiziano-britannica diretta da Nicky Nielsen (University of Manchester) ha individuato strutture in mattoni grazie al telerilevamento satellitare.
Successivamente, l’indagine archeologica si è concentrata nel settore orientale dell’antica città di Imet, capoluogo del distretto locale durante il Nuovo Regno e importante centro religioso ed economico fino all’inizio del Periodo tolemaico. Nello specifico, sono emersi complessi residenziali del IV secolo a.C., consistenti in case-torri, tipiche del Delta in forte espansione demografica dal Periodo Tardo all’epoca romana. Altre strutture in mattoni sono state lette come granai e recinti per il bestiame.
Il settore occidentale della città ha invece rivelato ulteriori resti del tempio della dea serpente Uadjet. Un pavimento lastricato e le basi di due grandi colonne in mattoni, una volta intonacate, dovevano appartenere a un edificio cerimoniale connesso con la strada processionale che conduceva al pilone del tempio di Uadjet. Il santuario, restaurato soprattutto da Ramesse II (1279-1213 a.C.) e Amasis (570-526) fu saccheggiato dai Persiani e probabilmente abbandonato definitivamente verso la metà del periodo tolemaico, contestualmente ai cambiamenti religiosi avvenuti nel Delta.
Tra i reperti scoperti a Imet, spiccano un ushabti in faience della XXVI dinastia, una cosiddetta stele di Horus sui coccodrilli in calcare e un sistro, uno strumento muisicale, in bronzo (immagini in basso).
Fonte: Ministry of Tourism and Antiquities





